a cura della Dott.ssa Nicole Panieri

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA) rappresentano oggi una delle forme più complesse di sofferenza psicologica, in cui corpo, mente e relazioni si intrecciano in modo profondo. Dietro il controllo ossessivo del cibo o il rifiuto del nutrimento si nasconde spesso un dolore che non trova parole, un bisogno di esprimere disagio e di riappropriarsi di sé. Come ha ricordato un recente contributo del Gruppo CRC, affrontare questi fenomeni richiede “un percorso che coinvolge tutte e tutti”: famiglie, scuole, operatori sanitari, istituzioni e comunità. La complessità del problema, infatti, non consente risposte semplici né interventi frammentati; richiede piuttosto un approccio integrato, capace di connettere prevenzione, cura e cultura della salute mentale.
In Italia, secondo il Ministero della Salute, circa tre milioni di persone convivono con un disturbo alimentare, e i numeri sono in costante aumento. Colpiscono soprattutto adolescenti e giovani adulti, ma l’età di esordio si è abbassata fino ad includere la fascia preadolescenziale. L’Istituto Superiore di Sanità ha recentemente censito oltre centottanta strutture dedicate alla cura di queste patologie, un dato che testimonia una crescente consapevolezza ma anche la necessità di ampliare la rete di assistenza. I disturbi più noti, come anoressia, bulimia e binge eating disorder, rappresentano solo una parte del quadro: accanto ad essi emergono forme meno riconoscibili, legate all’ossessione per l’alimentazione “sana” o per l’attività fisica estrema, che rivelano comunque lo stesso nucleo di sofferenza interiore.
Le cause sono molteplici e intrecciate. Esistono fattori biologici e genetici, ma anche vulnerabilità psicologiche, come il perfezionismo, la scarsa autostima, la difficoltà a gestire le emozioni, che possono predisporre al disturbo. Tuttavia, nessuna spiegazione è sufficiente se isolata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che i disturbi alimentari si sviluppano in un contesto sociale che amplifica il controllo, l’immagine e la prestazione. Viviamo immersi in modelli estetici rigidi, in cui la magrezza è ancora associata al successo e all’autocontrollo. I social media, con la loro costante esposizione di corpi perfetti e vite idealizzate, accentuano questo meccanismo di confronto, rendendo più difficile per i giovani costruire un rapporto sereno con il proprio corpo. Come scrive Christopher Fairburn, pioniere nello studio di questi disturbi, “il corpo diventa il linguaggio attraverso cui si comunica una sofferenza che non riesce a tradursi in parole”.
La prevenzione, in questo scenario, è fondamentale ma deve essere intesa in senso ampio. Non basta informare: occorre educare all’ascolto, alla consapevolezza di sé, alla capacità di accettare la propria unicità. Le Linee di indirizzo nazionali del Ministero della Salute sottolineano l’importanza di promuovere nelle scuole un’educazione alimentare che non sia solo nutrizionale, ma anche emotiva e relazionale. La famiglia, d’altro canto, rappresenta il primo contesto in cui si sviluppa il rapporto con il cibo e con il corpo: il clima affettivo, il modo in cui si parla di peso, di forma, di salute, possono influire in modo significativo. È quindi essenziale che genitori, insegnanti e operatori imparino a riconoscere i segnali precoci come un’attenzione eccessiva al peso, cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, isolamento, umore instabile, senza banalizzarli o ridurli a semplici “fasi adolescenziali”.
Quando il disturbo si manifesta in modo conclamato, è necessario attivare percorsi di cura multidisciplinari. Gli approcci più efficaci, riconosciuti anche a livello internazionale, integrano la terapia psicologica, quella nutrizionale e, quando serve, il supporto medico. La terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E), proposta da Fairburn, si è dimostrata tra le più efficaci nel modificare le credenze disfunzionali sul corpo e sull’autocontrollo, mentre la terapia familiare di Lock e Le Grange ha mostrato risultati promettenti negli adolescenti, coinvolgendo genitori e familiari come parte attiva del processo di guarigione. In ogni caso, la cura non può esaurirsi nel trattamento clinico: deve accompagnare la persona nella ricostruzione del proprio senso di identità, aiutandola a ritrovare un rapporto più autentico con sé stessa, con gli altri e con il proprio corpo. La guarigione, infatti, non coincide semplicemente con il ritorno a un peso normale, ma con la possibilità di riconoscersi come soggetto degno di amore, ascolto e rispetto.
Accanto alla dimensione clinica, è fondamentale un lavoro culturale e sociale più ampio. I disturbi alimentari riflettono in modo doloroso le contraddizioni della nostra epoca: l’iper-esposizione dell’immagine, la ricerca della perfezione, la fragilità dei legami e la mancanza di spazi in cui esprimere le proprie emozioni. Per questo, le strategie di contrasto devono includere la sensibilizzazione pubblica, la formazione degli operatori e la costruzione di reti territoriali solide. La salute mentale, come afferma l’OMS, non è solo assenza di malattia, ma la capacità di vivere in equilibrio con sé e con gli altri. Promuoverla significa creare comunità più empatiche, capaci di accogliere la vulnerabilità senza giudizio.
Oggi più che mai è urgente restituire centralità al corpo come spazio di esperienza e non di valutazione, come luogo di relazione e non di controllo. Superare l’ossessione per la forma significa riconoscere che la bellezza risiede nella varietà, nella storia di ciascuno, nelle fragilità che ci rendono umani. Come ha scritto Vittorino Andreoli, “non c’è guarigione senza relazione”: perché è nell’incontro con l’altro che si ricostruisce il senso, e nel riconoscimento reciproco che si ritrova la forza di guarire. I disturbi alimentari, in fondo, ci ricordano quanto il bisogno di essere visti e compresi sia una forma essenziale di nutrimento, quella che, più di ogni altra, sostiene la vita.


Bibliografia:
– Gruppo CRC (2025). Disturbi alimentari e salute mentale: dalla prevenzione alla cura – un percorso che coinvolge tutte e tutti.
– Ministero della Salute (2017). Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei disturbi dell’alimentazione. Roma.
– Ministero della Salute (2025). Documenti di indirizzo sui Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA).
– Istituto Superiore di Sanità (2024). In Italia 180 strutture dedicate ai disturbi alimentari. ANSA.
– Fairburn, C. G. (2008). Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorders. Guilford Press.
– Lock, J., & Le Grange, D. (2013). Treatment Manual for Anorexia Nervosa: A Family-Based Approach. Guilford Press.
– World Health Organization (2022). Mental health and eating disorders: global perspectives. WHO Press.
– Andreoli, V. (2020). La fragile bellezza dell’essere umano. Rizzoli.
– La Repubblica (2025). Disturbi alimentari, in Italia 3 milioni di pazienti, 8 su 10 sono donne.