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La pedofilia nell’ottica psichiatrica

di Eugenio Aguglia e Antonino Riolo

Letto da Bruno Callieri
Docente di Neurologia e di Psichiatria

 

Ogni tipo di approccio psichiatrico propone le proprie teorie per spiegare ed eventualmente trattare l’attrazione sessuale verso i bambini. La psichiatria psicodinamica adduce i conflitti non risolti, il ritardo dello sviluppo affettivo, la ripetizione per dominare il trauma, la qualità narcisistica delle relazioni oggettuali, l’evoluzione sadica dell’aggressività distruttiva, ecc. I behavioristi considerano l’abuso sessuale come il risultato di un apprendimento maladattivo, modellante e condizionante fin dalle esperienze infantili precoci. I modelli di psichiatria biologica (con la mente neuronale) non mancano di una certa forza di suggestione, operante specie per i medici. Ma sono i sociogenisti che oggi sembrano predominare: un nome per tutti, David Finkelhor, il cui indirizzo sembra ognor più convincente. Tuttavia giustamente nelle definizioni del DSM-IV e in quelle dell’ICD-10 si propongono descrizioni ateoretiche, fino a parlare di disturbi della preferenza sessuale.
Fin dai magistrali studi del grande psichiatra francese Henry Ey si è insistito, con densa preparazione teoretica e clinica, sulla necessità di introdurre nel campo l’altro come oggetto totale; si sottolinea la negazione dell’alterità insita nella struttura perversa, considerando questa come emprise sull’altro, come presa di possesso dell’altro in una relazione di dominio; escludendo così qualsiasi forma di intersubiettività e qualsiasi dimensione di autocolpevolizzazione. Anche a prescindere dall’attuale richiamarsi, qui, ad un recupero dell’obsoleta eboidofrenia (a stento riassunta da schizoidismo e schizotipia), è indiscutibile che la psicopatologia clinica, come giustamente sostengono Aguglia e Riolo sulla scorta degli studi statunitensi della scuola di Fuller, dovrebbe indagare molto sui pensieri sessuali devianti. Indagine difficile perchè molti pedofili minimizzano o negano, e molti non ricercano un trattamento perchè ne temono le conseguenze legali o non considerano il proprio comportamento come aberrante. Gli autori di questa monografia mostrano di ben sapere che la storia psicosessuale resta sempre essenziale, anche nei suoi aspetti istituzionali e di educazione sessuale, di aggressività e di violenza, come ben indicano gli studi di C. Pagani e F.Robustelli.
D’altro canto è noto che, psicopatologicamente parlando, molti pedofili cercano di sfuggire, compiendo questi atti, alla depressione conseguente alle proprie pulsioni distruttive, spesso celate da una vera e propria malafede di base, di sartriana memoria… Pur se di proposito polarizzati in senso psichiatrico, gli autori mostrano di rendersi ben conto dell’importanza, qui, della dimensione antropologica, anzi dell’equivoco antropologico che è inerente alle condotte pedofile e ai vissuti pedofili, pulsionali, impellenti o sordamente appetitivi, con irrequietezza periodica o con sorprendenti acting-out. Altrettanto bene traspare, in questo testo, la distinzione tra aree pedofile completamente scisse e incapsulate – come chiaramente dice C.Fishman nel suo lavoro con i pazienti pedofili, ora pubblicato dai colleghi Fasolo e Cappellari – e aree di personalità con discreto livello di sviluppo e di maturità. Certo l’articolato svolgimento di Aguglia e Riolo facilita il mio accostamento a Robert Stoller, che da tempo dubita dell’utilità della modellistica metapsicologica delle perversioni. Comunque non è facile sostenere un discorso psicopatologico (non necessariamente psichiatrico) accettabile, cioè capace di sfuggire al “gioco senza fine” di definire i fenomeni in relazione ad una sempre ipotetica perversione istintuale; d’altra parte il concetto di “strategia relazionale perversa” va tenuto ben distinto dal “comportamento perverso”, se non altro perchè questo è di stretto interesse psicopatologico e clinico mentre quella concerne la psicologia sistemico-relazionale e sociale, consentendo anzi sollecitando l’ampia attenzione della professione pedagogica per la pedofilia, a volte con il sovradeterminarsi del ruolo di maestro e della “Sehnsucht nach der Kindheit”, di cui parlava così acutamente il compianto amico Hans Giese tanti anni fa (1960-65).
Se l’eterogeneità delle condotte pedofile è fuori discussione (da condotte quasi inoffensive a condotte ad elevato titolo criminogeno, da lievi reazioni nevrotiche a gravi processi psicotici), va pur tenuto conto del peso delle dottrine che considerano la pedofilia come una deviazione permanente, autonoma, come una sindrome parafilica “specializzata”. E qui, forse, il discorso della medicalizzazione può gestire spazi non angusti di spiegazione e di intervento. Gli autori, che si muovono in questo ambito sfuggendo bene al pericolo del riduttivismo, prestano molta attenzione alle prospettive terapeutiche; e ciò è ottima cosa, come, nel nostro Convegno Romano di ottobre su “La problematica delle condotte pedofile”, fece autorevolmente notare il criminologo Francesco Bruno. Pur consapevole che il volgersi emotivo verso il bambino (ancora considerato fortunatamente vera virtus) resta perennemente aperto verso il rischio degli investimenti erotici e ribadisce quindi la grande importanza degli educatori e degli insegnanti per una valida prevenzione, ritengo che l’indagine e la riflessione medico-psichiatrica rivestano un significato di primaria importanza. é proprio per questo motivo che il lavoro dei due amici dell’Ateneo Triestino, così ricco di opportune tabelle riassuntive e di eloquenti finestre sintetiche, mi è apparso assolutamente utile alle più diverse categorie di medici e di operatori sanitari. Se è purtroppo ben nota la pesante ipoteca rappresentata dalla recidività potenziale, contributi come questo che ho il piacere di presentare serviranno di stimolo e di incoraggiamento per nuovi interrogativi e nuove risposte all’approccio integrato a uno dei problemi più gravi dell’attuale mondo sociale.