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Il trave e la pagliuzza

IL TRAVE E LA PAGLIUZZA: LE EMOZIONI DEL CTU DI FRONTE AL MINORE ABUSATO

di Gianni Guasto – Psichiatra e psicoterapeuta, Componente Privato presso il Tribunale per i Minorenni di Genova

 

L’osservazione psicologica nelle consulenze tecniche
Nel momento in cui si accinge ad ascoltare un minore vittima presunta di abuso sessuale, il tecnico incaricato di perizia (e, in misura non troppo dissimile, anche chi debba compiere un lavoro più prettamente clinico), si trova di fronte ad imponenti difficoltà e resistenze che hanno almeno una triplice origine: esterna (il soggetto da esaminare, il suo mondo interno, il suo entourage relazionale), ambientale (relativa cioè al contesto in cui si svolge l’accertamento peritale), e interna, costituita dall’insieme delle emozioni che inevitabilmente scaturiscono dentro l’apparato psichico dell’osservatore. Tra le prime, quelle relative al soggetto da esaminare, le più importanti difficoltà scaturiscono dalla natura e dal destino dell’esperienza traumatica che il perito si appresta ad indagare. Compito del perito è infatti quello di accertare la credibilità di fatti la cui rappresentazione all’interno della coscienza della vittima può andare incontro a complesse e diverse vicende: può accadere infatti che dell’autenticità di fatti realmente accaduti il soggetto non sia del tutto o sia solo parzialmente, o sia solo a momenti consapevole, poiché il destino dell’esperienza traumatica è assolutamente compatibile con un alternarsi discontinuo di rievocazione e di rimozione, e persino con la trasformazione dei residui amnestici in sintomi somatici. Prima di giungere attraverso un lungo lavoro psicoterapeutico all’auspicata “mentalizzazione” dell’esperienza traumatica (cioè alla piena e definitiva riappropriazione dell’esperienza, fino a quel momento vissuta come parzialmente estranea) la memoria degli eventi può essere soggetta ad un discontinuo alternarsi di fuoruscite e di reingressi del ricordo dei fatti dalla sfera cosciente dell’apparato psichico. Nell’accingersi ad accertare l’abuso, il perito dovrà pertanto tenere presente tutto ciò, senza ovviamente trascurare tutte le ipotesi compatibili con una falsa rivelazione. Per ciò che riguarda il secondo punto, quello relativo al contesto in cui si svolge la perizia, occorre ricordare che le esigenze procedurali, non sempre pongono il perito in condizioni ideali per poter svolgere correttamente il suo compito. Non è impossibile, né raro, infatti, che i tempi occorrenti per una completa e giudizialmente soddisfacente testimonianza da parte della vittima di abuso siano incompatibili con i tempi processuali. Si aggiunga infine che le regole da rispettare non sono sempre compatibili con la natura degli accertamenti da svolgere: basti pensare alla frequenza con cui gli accertamenti peritali su minori vengono ancora effettuati attraverso colloqui in compresenza dei consulenti di parte (nota 3), mentre le tecniche di valutazione nell’abito della psicologia clinica e della psichiatria infantile richiedono un’atmosfera diversa, rispetto alla quale la presenza di più osservatori è normalmente considerata fattore non solo disturbante, ma addirittura fuorviante. Sembra in altre parole che quanto é normalmente acquisito nell’ambito di una rigorosa diagnostica psicologica (il setting necessario ad un attendibile colloquio valutativo) valga un po’ meno in ambito forense, come se risultasse troppo difficile adeguare gli strumenti di indagine diagnostica a fini giudiziari a metodologie che solo se correttamente applicate possono risultare utili per gli scopi processuali. La trattazione del terzo punto, relativo alle resistenze controtransferali del perito, necessita di alcune considerazioni preliminari.

Diagnosi psicologica ed epistemologia
La peculiare caratteristica dell’oggetto di indagine psicologica, che è quella di essere vivente, conferisce all’atto conoscitivo uno statuto epistemologico del tutto particolare, che si basa su due punti fondamentali: l’impossibilità di impedire un influenzamento e quindi una modifica dell’oggetto di indagine da parte dell’osservatore, da cui discende la necessità di includere l’osservatore stesso nel campo di indagine, e l’aspetto congetturale della metodologia d’indagine. Per queste ragioni, come sottolinea Franco Borgogno (nota 4), l’osservatore “non può affidarsi principalmente alla percezione, bensì deve utilizzare la sua esperienza, la sua immaginazione, la sua empatia, utilizzando di più le immagini e i sentimenti, le introiezioni e le proiezioni, le sensazioni e i pensieri, e ridimensionando il ruolo dei dati sensoriali e delle loro relazioni logiche. Il carattere vitale e trasformativo dell’oggetto di conoscenza promuove nell’osservatore angoscia, poiché lo implica direttamente e gli richiede una messa in questione a livello di identità. L’osservatore é pertanto portato ad evitare la relazione e l’accoppiamento fra il sé e l’oggetto, privilegiando metodologie che dell’oggetto esplorano un aspetto morto o ideale”. Viceversa, per poter rispettare il proprio mandato, lo studio psicologico sull’uomo é costretto ad indirizzarsi lungo la via impervia della soggettività e della relazione. Sul piano scientifico, questo ampliamento metodologico elimina le illusioni di certezza ed obbiettività, assegnando loro un significato congetturale e incerto, prima mai considerato. E’ a partire da Freud e dalla psicoanalisi che l’indagine conoscitiva sull’uomo assume caratteristiche peculiari che discendono dal rapporto di vicinanza dell’oggetto di indagine rispetto all’osservatore, a causa del quale intervengono massicce proiezioni di parti del sé dell’osservato sull’osservatore e viceversa. Tali fenomeni, noti come transfert e controtransfert hanno seguito la singolare sorte di caratterizzarsi alle origini come difficoltà che impedivano il processo conoscitivo, per rivelare successivamente un enorme potenziale di disvelamento rispetto ai fenomeni oggetto di indagine. Ciò implica la necessità, nel caso dell’esame psicologico, di utilizzare un approccio che non solo tenga conto delle connotazioni proiettive implicite nel processo di indagine, ma che addirittura utilizzi i meccanismi transferali e controtransferali a scopo di conoscenza. Secondo Borgogno, l’osservazione del rapporto tra chi indaga e l’oggetto (umano) di indagine “é nel campo delle scienze umane preliminare e parallela all’indagine dell’oggetto fuori di sé. L’interazione tra il soggetto e il fenomeno favorisce in quest’ambito una modificazione reciproca, che va considerata. E’ a questo riguardo, infatti, che si parla di “antropomorfizzazione” nell’osservazione animale, di “occidentalizzazione”, nell’osservazione antropologica” e di “adultomorfizzazione” (o “adultocentrismo”) nell’osservazione infantile (nota 5). Queste considerazioni, che riguardano l’osservazione psicologica e più in generale i metodi di indagine nelle scienze umane, assumono particolare pregnanza nel caso dell’osservazione diagnostica di sindromi post-traumatiche che si manifestino in minori vittime di abuso sessuale da parte di adulti. In esse é centrale il ruolo del controtransfert, cioè della “somma delle distorsioni percettive e delle reazioni che collegano lo scienziato all’oggetto di studio, filtrate e determinate dai propri desideri, bisogni, fantasie infantili connesse alla situazione e al rapporto di osservazione” (nota 6). Ma quali sono i “desideri, i bisogni, le fantasie infantili connesse alla situazione e al rapporto di osservazione” dell’incaricato di perizia, nel caso dell’accertamento di abuso? Ciascuno che abbia il compito di diagnosticare trae le proprie convinzioni non soltanto dalla rilevanza dei dati oggettivi di cui dispone, ma soprattutto e imprescindibilmente dalla risonanza emotiva che la percezione e la riflessione su tali dati provocano in lui. Dal momento in cui si accetta una metodologia disponibile ad utilizzare la congettura quale modello e ipotesi di lavoro, si é attirati da un’ipotesi diagnostica, quale che essa sia, ben prima di disporre delle necessarie rilevanze. Questa condizione di partenza, che é caratteristica di qualsiasi operazione conoscitiva che implichi un alto grado di partecipazione affettiva nel soggetto indagante, in quanto mette in gioco la componente intuitiva e (quindi emotiva, preconscia e pre-razionale) di qualsiasi procedimento di conoscenza é certamente il terreno su cui possono germinare possibili distorsioni ideologiche, ed é tuttavia un passaggio necessario purché l’osservatore ne abbia una sufficiente consapevolezza. Secondo un approccio epistemologico che tenga conto del contributo psicoanalitico, non può darsi conoscenza che non risulti inquinata dall’atto stesso del conoscere; sulla base di ciò, pertanto, non si potrebbe che considerare falsa e ideologica qualsiasi indagine che pretendesse di conservare, soprattutto in un ambito tanto connotato da emozioni violente, una fredda e notarile obbiettività, poiché mancherebbe l’elemento irrinunciabile della partecipazione empatica, che fatalmente riapre la porta al coinvolgimento emotivo dell’osservatore.

Congettura e sentimento di colpa
Così, attraverso l’accoglimento dell’intuizione, si stabilisce un’ipotesi di lavoro che privilegia le componenti empatiche ed emotive del processo conoscitivo, e che ha d’altro canto necessità di essere soggetta a prove di falsificazione. La consuetudine con tale intuizione iniziale produce nell’osservatore un sentimento di colpa dovuto al conflitto con istanze superegoiche che rimandano costantemente l’immagine dell’ipotesi contraria, come ipotesi “tradita”, e la sopportazione di tale conflitto é condizione necessaria per il mantenimento del contatto con l’oggetto di indagine. Un esempio: Anna é una bambina che ha raccontato alla madre, all’età di tre anni, di aver subito gravi abusi sessuali da parte del padre, sotto forma di fellatio, cunnilinguus, masturbazione anale reciproca e pratiche coprofiliche. Dal momento in cui la donna ha appreso quelle terribili notizie, è stata costretta a fissare la propria attenzione su aspetti della vita familiare cui prima non aveva avuto il coraggio di guardare con la necessaria attenzione. Ne sono seguite decisioni gravi, a cominciare da quella di abbandonare la casa coniugale assieme alla bambina e di iniziare un lungo calvario che la porterà ad affrontare giudizi clinici che rimarranno saldamente ancorati ad una pseudo equidistanza agnostica per tutto il corso di un anno, nonostante le produzioni della bambina di fronte alla somministrazione di test risultino ad una lettura normalmente attenta, sorprendentemente indicativi per la presenza pervasiva di idee incestuose nella bambina. Durante la somministrazione della tavola 8 del Blacky PiCTUres Test, che rappresenta la cagnolina Blacky mentre assiste ad una scena di coccole tra i genitori e la sorellina Tippy, alla domanda: “Qui Blacky guarda il resto della famiglia. Vuoi commentare la scena?” Anna risponde: “Vogliono far l’amore con Tippy” “In che modo?” chiede la psicologa, “baciando e accarezzando” risponde Anna.
Durante l’inchiesta successiva, alla domanda “che cosa si sentirebbe di fare Blacky, ora?”, Anna risponde “vorrebbe uccidere il fratellino perché vuole fare lui l’amore”; e alla domanda “quando capita a Blacky di vedere una scena come questa?”, risponde “se lo sogna anche di notte”; e alla domanda “se Blacky é arrabbiata, con chi lo é di più, con mamma, con papà o con Tippy?”, risponde: “con tutti perché vuol fare anche lei l’amore”. La tavola viene normalmente usata al fine di esplorare eventuali sentimenti di gelosia e di rivalità fraterna, e risposte di questo genere non potrebbero non essere messe in relazione con la dettagliata denuncia prodotta dalla madre di Anna, se non ci si trovasse di fronte ad un imponente meccanismo di evitamento da parte dell’osservatore. Al momento dell’incarico di CTU viene consegnata al perito anche una voluminosa perizia di parte che espone in dettaglio una serie di osservazioni diagnostiche effettuate dalla Consulente di Parte, dalle quali si ricava una narrazione chiara e molto difficilmente falsificabile, attraverso la quale la bambina rende partecipe la psicologa dell’esperienza subita. La non comune nitidezza delle sequenze esposte renderebbe perlomeno necessaria una perversa e straordinaria capacità drammaturgica della Consulente che ha steso l’elaborato, e altrettanta capacità di coerenza narrativa avrebbe dovuto possedere la madre, che ha scritto una corposa e dettagliata relazione degli avvenimenti prima inviata alla Procura della Repubblica, e successivamente esposta verbalmente in maniera assolutamente credibile allo stesso CTU. A questi elementi si aggiunge il fatto che lo studio della personalità del padre evidenzia importanti aspetti scissionali, accompagnati dalla presenza di disturbi formali del pensiero. L’uomo mostra inoltre un’inquietante incapacità di contatto con le accuse che gli sono rivolte, affermando di non sapere esattamente di che cosa lo si accusi. Seguendo le linee bizzarre della sua autodifesa, ci si rende conto dopo un po’ di tempo, che alcune precisazioni fino a quel momento inspiegabili, volte a sottolineare come fatti non particolarmente significanti (visite presso medici e psicologi, liti con la moglie) siano sempre avvenuti prima che la bambina compisse i tre anni, ci si rende conto che tali precisazioni sottendono una teoria perversa della sessualità infantile: quella cioè che i bambini di età inferiore ai tre anni, qualora sottoposti a contatti sessuali con adulti, non ne risulterebbero traumatizzati, in quanto incapaci di capire, come risulta da questa tranche di colloquio tra il padre di Anna e il CTU:
CTU: “E’ mai capitato che Anna cercasse di toccarle il pene?”
P.: “No, non é mai capitato. Anche perché Anna dai tre anni in avanti andava all’asilo!”
CTU: “Che c’entra?”
P.:”I bambini piccoli non hanno sessualità, non distinguono i capezzoli, il pene, eccetera. Io non sono come tanti genitori che fanno il bagno nudi con i loro figli. Io non l’ho mai fatto! Se avessi voluto lo avrei fatto dalla nascita, e non dopo i tre anni!”
CTU: “perché fa questa precisazione?”
P.: “Un esempio! Non lo avrei fatto dopo i tre anni, perché capiva. Non l’ho mai fatto per rispetto, pudore, igiene! Io non ho mai baciato in bocca la bambina, perché il pediatra ci disse “non fatelo per igiene”
CTU: “e come mai al pediatra é venuto in mente di dire questo?”
P.: “non lo so. E’ venuto che era piccolina e ci ha detto: “non c’é niente di male, ma non fatelo, più che altro, per igiene”

Dalle opinioni involontariamente espresse dal padre di Anna emerge la sua visione del rapporto con la figlia: quello che egli considera il bambino-larva, il bambino-cosa, può essere impunemente adoperato. Un bambino così piccolo non è, secondo il padre di Anna, capace di alcun pensiero, nè di alcun ricordo, e ciò che non viene pensato o ricordato, secondo la “filosofia” di una personalità dissociata che ricorre abitualmente a meccanismi di difesa arcaici quali il diniego e la scissione, semplicemente non esiste. Questa é stata, sotto molti punti di vista, una perizia nella quale l’accertamento della verità é risultato abbastanza “facile”, ammesso che il ricorso a questo aggettivo sia legittimo in riferimento ad un abuso sessuale. A facilitare l’opera del CTU é stata soprattutto l’accuratezza della perizia di parte che aveva raccolto le rivelazioni allo stato nascente (nota 7), non le aveva sottoposte a censura, e le aveva ordinate in un documento di inequivocabile chiarezza. Inoltre, in una felicissima e del tutto inconsueta congiunzione di eventi, la persona contemporaneamente incaricata di CTU da parte del Tribunale per i Minorenni sullo stesso caso, aveva deciso di rinunciare ad esaminare la bambina, per evitarle il peso di due accertamenti peritali contemporanei e aveva accettato di collaborare con il sottoscritto, attraverso uno scambio di impressioni che si era rivelato estremamente utile. Condizioni tanto favorevoli non sono -lo sappiamo bene- molto frequenti. Tuttavia i sentimenti dello scrivente CTU furono caratterizzati fin dall’inizio da una dolorosa tensione interna derivante dalla sensazione di aver intuito molto precocemente da che parte stessero la verità e la ragione. Fu una sensazione immediata quella che mi colse alla prima lettura dell’elaborato prodotto dalla madre, al punto che, pur procedendo sollecitamente alle operazioni peritali, che furono tuttavia lunghe e dettagliate, mi impedii volontariamente per alcuni mesi di esaminare la perizia di parte, brevemente scorsa al momento dell’incarico e subito richiusa, onde evitare un influenzamento che c’era già stato e che era il prodotto dell’immediato e violento confronto con l’evidenza, altrove rimossa. Con il pensiero fisso alla gravità della responsabilità che mi era toccata: condannare un uomo al carcere o uccidere definitivamente l’anima di una bambina, mi sentii in colpa non già per l’incapacità di raggiungere una verità, ma per averla raggiunta troppo presto, ancor prima di averne le prove, che per questo mi sentii obbligato a cercare con solerte pignoleria.

Una possibile patologia del controtransfert peritale: dall’evitamento fobico alla persecuzione sadica.
L’irruzione delle emozioni nell’osservatore genera talvolta una reazione di difesa che ha come effetto l’anestesia delle funzioni conoscitive. Tale situazione assume i connotati socialmente accettati e molto spesso persino incoraggiati della neutralità fredda e di una malintesa obbiettività tutta fondata sulla ricerca di riscontri rigorosamente alieni da “soggettività”. Verso la fine della CTU riguardante Anna, ebbi occasione di incontrare il responsabile del servizio territoriale cui la madre di Anna si era rivolta in un primo momento, ottenendone una risposta di scetticismo unito ad equidistanza rispetto al padre, sospetto abusante. In tale occasione il collega dichiarò: “Non siamo riusciti a chiarire se la bambina avesse ricevuto abusi sessuali da parte di chicchessia. Devo sinceramente ammettere che espletare tali accertamenti esulava dalle nostre capacità. Per questa ragione abbiamo chiesto al T.M. di effettuare una CTU. Abbiamo chiesto una CTU sui genitori perché ci apparivano entrambi inadeguati. Tra loro c’era una conflittualità altissima: il padre appariva fragile, con scarso autocontrollo emozionale. Manifestava aggressività verbalizzata. La madre ci appariva poco affidabile, scarsamente controllata”. Come si può constatare, proprio in ragione della sua equidistanza tra i due genitori, il riconoscimento di incapacità da parte dei colleghi copre in realtà un atteggiamento evitante nei confronti di Anna, non disgiunto da ostilità verso la madre, definita “poco affidabile”. In realtà anche un tecnico alla sua prima esperienza avrebbe potuto formulare delle ipotesi o avanzare dei sospetti di fronte alle risposte date dalla bambina alla tavola (nota 8). Nello stesso test anche altre tavole avevano ricevuto descrizioni e risposte sospette, che in questa sede non si prendono in considerazione, perché meno esplicite. Ci si trova con tutta evidenza di fronte ad un atteggiamento di evitamento fobico da parte dell’istituzione, nei confronti di risultanze diagnostiche estremamente sospette. Qualche volta, accertamenti peritali condotti con criteri di estrema superficialità non giungono ad alcuna acquisizione significativa, per l’indisponibilità del bambino a rapportarsi con un osservatore che gli fa mancare il contatto, e quindi, il necessario contenimento necessario a non far sentire il bambino solo con le proprie esperienze e con il loro reliquati. Un atteggiamento di rifiuto, da parte del perito, a confrontarsi con i contenuti mentali (quali che essi siano) del bambino, é spesso fatto passare per neutralità, ma cela piuttosto un atteggiamento fobico, che può sfociare addirittura in un atteggiamento apertamente sadico da parte dell’osservatore. Tale atteggiamento emotivo non é neppure idoneo ad accertare la diagnosi di istigazione che di solito viene in tali casi prodotta dal perito. Anche tale condizione, se effettivamente presente, necessita di un atteggiamento di condivisione tra l’osservatore e il bambino, perchè anch’essa rientra nel novero delle violenze psicologiche, caratterizzate da intrusività nel mondo interno del bambino, da parte dell’adulto istigante. I risultati di accertamenti privi di empatia saranno, anche in tale ipotesi, non solo nulli ma dannosi. Ciò che prima ho chiamato “evitamento fobico”, consiste in una disposizione controtransferale di difesa rispetto ai contenuti mentali del bambino che un osservatore non sufficientemente equipaggiato sul piano emotivo può mettere in atto. Talvolta accade (é accaduto) che tale approccio, per essere rafforzato, debba scivolare in un atteggiamento sadico persecutorio, quando, drammaticamente, in conseguenza di rilievi diagnostici ostinatamente sordi e superficiali viene proposto l’affido del bambino al genitore abusante.

Corpi Estranei e Transfert
Se si è scelto in questa occasione di riflettere sull’atteggiamento emotivo del perito piuttosto che su quello del bambino sottoposto ad accertamenti, é per sollecitare una riflessione che si potrebbe definire “della pagliuzza e del trave”, ma è del tutto evidente che non può esistere alcun controtransfert senza la presenza contestuale del transfert. Le esperienze traumatiche si incistano nell’apparato mentale del bambino vittima di abuso come corpi estranei, brandelli di desiderio altrui che vengono immessi con devastante intrusività nell’ambito di esperienza dei bambini. La nozione di “corpo estraneo mentale” è stata elaborata, a partire dal contributo teorico dello psicoanalista Wilfred R. Bion8, da Gianna Williams Polacco (nota 9), responsabile del Dipartimento Adolescenza della Tavistock Clinic di Londra, in riferimento alle proiezioni subite da una bambina molto piccola, che la madre usava come ricettacolo delle proprie intense fobie. Durante l’adolescenza la bambina sviluppò una severa forma di anoressia mentale, a cagione della quale iniziò una psicoterapia al Centro Tavistock. Fin dalle prime sedute, la psicoanalista si rese conto che la paziente mostrava una abnorme atteggiamento difensivo contro tutto ciò che avrebbe potuto entrare dentro di lei, tanto che si trattasse di cibo, quanto di rumori, verso i quali mostrava un atteggiamento evitante, a cagione del quale la terapeuta scelse di mantenere sempre un tono di voce (definito “tinta pastello”) tale da non creare reazioni di difesa. Attraverso la psicoterapia, fu possibile far riemergere ricordi di esperienze precoci, che la bambina aveva subito in relazione alla patologia materna. La madre, ogni volta che faceva il bagno aveva paura di annegare nella vasca, e per questa ragione pretendeva che la bambina le tenesse la mano. In tal modo la bambina veniva sovraccaricata di tutte le preoccupazioni per le competenze materne che la madre evacuava in lei. Al quadro clinico che sottendeva l’anoressia della paziente, l’Autrice, sua terapeuta, dette il nome di “No-entry Syndrome” o “Sindrome “vietato l’accesso” (nota 10), essendo risultato chiaro il significato di difesa dall’intrusione di corpi estranei mentali che si traduceva nel rifiuto di assumere cibo. L’esperienza di abuso sessuale, nel mondo interno di un minore agisce in maniera del tutto simile a quella appena descritta, andando ad interferire pesantemente con il conflitto edipico, che viene ad essere in tal modo reificato, senza che l’esperienza di abuso possa intrecciare con le esperienze native fisiologiche rapporti di continuità, ponendosi invece come “corpo estraneo” privo di legame, e quindi, di significato. In tal modo i corpi estranei conservano il loro carattere di inappartenenza all’ambiente emotivo che, suo malgrado, li ospita, a causa della mancata “digestione” emotiva che li consegna all’impossibilità di essere “metabolizzati”, cioè elaborati e, quindi, dimenticati. Una rimozione precoce che preceda il completo riemergere dei ricordi (destinati in tal caso a non essere adeguatamente “mentalizzati”), che qualcuno auspica come soluzione “economica” al trauma dell’abuso, si rivela in realtà come una pericolosa garanzia di mantenimento del corpo estraneo. L’attività del corpo estraneo si esprime attraverso il continuo e inutile tentativo di evacuazione dello stesso, come testimonia la presenza di disturbi del comportamento alimentare, che compare frequentemente nel successivo percorso di vita delle vittime di abuso. Ho descritto altrove (nota 11) Giovanna, una ragazza da me conosciuta all’età di diciassette anni, all’epoca in cui trovò la forza di denunciare gli abusi subiti ad opera del padre quando aveva otto anni. Al momento delle operazioni peritali, Giovanna presentava un quadro di bulimia psicogena, accompagnata a vomito autoindotto. Quando la ragazza descriveva l’andamento del proprio disturbo comportamentale non mi diceva mai: “questa settimana ho/non ho mangiato in quel modo”, ma piuttosto: “questa settimana ho/non ho vomitato”. In breve mi accorsi che delle due fasi del ciclo che caratterizzava il comportamento compulsivo, l’aspetto del vomitare prevaleva nettamente, quanto a risonanza emotiva, sull’altro, giungendo a concludere che Giovanna non vomitava perché aveva mangiato troppo, ma mangiava in maniera smodata per poter vomitare, nel tentativo di espellere l’esperienza di abuso, che usciva da lei in forma reificata, proprio perché al suo interno non aveva potuto essere metabolizzata, nemmeno come esperienza negativa, data l’assenza di un apparato psichico materno che potesse provvederla di significato. Analogo a quello di Giovanna è il caso di Melanie, una bambina la cui psicoterapia è stata descritta da Suzanne Blundell, psicoterapeuta al Centro Tavistock di Londra. La bambina era stata violentata dal padre per un lungo periodo durante i primi sei anni di vita. Anche la madre e le due sorelle della bambina erano state sottoposte ad abusi sessuali, ma di tutte le vittime di quell’uomo violento e dedito all’alcool, Melanie sembrava la più disturbata: aveva incontrollabili crisi di rabbia a casa e a scuola, sembrava costantemente infelice, spesso piangeva, il suo sonno era difficile e tormentato da incubi. Era isolata, incapace di farsi degli amici, e a scuola non riusciva a concentrarsi, né ad apprendere. Tra le altre cose, Melanie disse alla psicoterapeuta che nella sua mente non c’era posto per numeri e parole perché “era piena del papà” (nota 12). “Papà” è il corpo estraneo incistato nell’apparato mentale di Melanie che impedisce ai numeri e alle parole di entrare, e ancora “papà” è il corpo estraneo che Giovanna tenta inutilmente di vomitare. Il destino dei residui delle esperienze traumatiche è quello di rimanere, in assenza di un processo di elaborazione che può essere avviato e mantenuto soltanto attraverso un trattamento psicoterapeutico, incistato e non digerito, quindi non assimilato, non escreto, impossibile da dimenticare. Inibita la via digestiva non resta che la via del vomito, che in termini psicodinamici, si traduce nei meccanismi dell’evacuazione e della proiezione. Gli psicoterapeuti che trattano casi non solo di abuso sessuale ma anche di violenza psicologica (nota 13), sperimentano una relazione che è sovente caratterizzata dalla necessità, per il bambino abusato, di non essere né troppo vicino, né troppo lontano. Il corpo estraneo incistato impedisce per tempi spesso lunghissimi alla figura del terapeuta di avvicinarsi all’area più intima della mente del bambino, e sovente il bambino sente la necessità di rimanere sì aggrappato al terapeuta, ma “a distanza”. Margherita, una bambina probabilmente abusata dal padre che da qualche mese è in trattamento, trascorre lunghi periodi della sua psicoterapia in una sala comunicante con quella della consultazione. Analogamente, Suzanne Blundell (nota 14) racconta che Melanie le chiedeva continuamente di lasciarla sola perché la viveva come una incarnazione del padre abusante e violento, esprimendo contemporaneamente l’ansia di essere abbandonata. Nel transfert del bambino abusato (in particolare, di quello abusato in famiglia) è quindi sempre presente una componente di inglobamento in una relazione che tiene prigionieri. Anche quando il bambino sia stato allontanato dal genitore abusante, continua a manifestarsi un certo grado di difficoltà di relazione con le persone di cui ora il bambino può fidarsi, per molteplici ragioni:

  • perché l’abuso intrafamiliare costituisce una rottura gravissima e irreparabile del patto di fiducia all’origine del rapporto di dipendenza, e perchè sarà difficile ristabilire tale patto di fiducia nei confronti di altre persone (terapeuta, genitori affidatari, insegnanti, educatori);
  • perché l’abusante occupa, come corpo estraneo, gran parte dello spazio mentale del bambino, dal quale è vissuto come persecutore onnisciente, onnivedente, continuamente in grado di spiare ogni eventuale rottura dell’omertà imposta o falsamente pattuita;
  • perché accanto alla presenza persecutoria interna dell’abusante, il bambino vive anche la persecutività vendicativa dell’altro genitore, che il bambino fantastica di aver estromesso e tradito;
  • in ultimo occorre ricordare che molto spesso la presenza del diagnosta o del terapeuta viene vissuta dal bambino in termini persecutori, in quanto possibile e temuto fattore di disvelamento del grado di coinvolgimento erotico del bambino nella relazione incestuosa, e dei relativi sentimenti di colpa.

 

Conclusioni

Le nozioni di transfert e controtransfert appartengono al dominio della tecnica terapeutica della psicoanalisi, e la loro utilizzazione al di fuori di essa è ancora poco usuale, mentre un maggiore ricorso alle applicazioni della psicoanalisi alla psicologia clinica e alla psichiatria forense metterebbe in particolare evidenza l’imprescindibilità di approfondite valutazioni sulle risonanze affettive che derivano dall’interazione tra il tecnico e l’oggetto di indagine, che per il fatto di essere oggetto vivente, impone alla tecnica di accertamento uno statuto epistemologico peculiare. Tale necessità diventa assolutamente prioritaria nell’ambito delle perizie sui minori abusati, laddove il frequente ricorso a valutazioni superficiali o dominate dalla pretesa antiscientifica di essere freddamente neutrali, produce un difetto talora molto grave di empatia, che si rende facilmente responsabile di una nuova esperienza traumatica (questa volta di natura giudiziaria) in danno del minore abusato.

 

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NOTA (3): Nei casi di abuso, nei quali il ricorso a strumenti di protezione quali circuiti televisivi o specchi unidirezionali è lungi da essere applicato regolarmente, la presenza dei periti della parte presunta abusante o presunta istigante, costituisce per il minore un’oggettiva intimidazione.
NOTA (4): Borgogno, F.: (1978) L’Illusione di Osservare, Giappichelli, Torino, pag. 23 e segg.
NOTA (5): Borgogno, F.: (1978), op. cit., pag. 30.
NOTA (6): Devereux, G.: (1967) From anxiety to method in the Behavioral Sciences, Paris, Mouton, rif. in: Borgogno, 1978, op. cit., pag. 31.
NOTA (7): Dal punto di vista della ripresa di contatto con l’esperienza rimossa, il colloquio di disvelamento ha un valore di autenticità infinitamente superiore a quello di tutti i colloqui successivi, ivi comprese le deposizioni effettuate in sede di incidente probatorio, poichè nel momento in cui il bambino riprende coscienza del rimosso, oppure sceglie di condividere un segreto a lungo trattenuto nella coscienza, risponde ad un’esigenza profonda sua propria, che ha pertanto effetto liberatorio, mentre nelle successive ripetizioni del racconto, il bambino soddisfa richieste ed esigenze altrui, non di rado controvoglia o in preda ad ansia persecutoria, per il reiterarsi di una già avvenuta “delazione”. Talora la rievocazione dell’esperienza è così dolorosa da non poter essere ripetuta se non attraverso un distacco emotivo tale da trarre in inganno i periti che successivamente ricevono le rivelazioni, e che le ritengono, in ragione di tale atteggiamento “inautentico”, non veritiere.
NOTA (8): Bion, W.R. (1962), “Apprendere dall’Esperienza”, Armando, Roma.
NOTA (9): Williams Polacco G., (1997) “Internal Landscapes and Foreign Bodies: Eating Disorders and Others Pathologies”, London, Duckworth.
NOTA (10): Williams Polacco G., (1994) “La sindrome “vietato l’accesso>>. Valutazione di adolescenti con disturbi dell’alimentazione” in “Un buon incontro. La valutazione secondo il modello Tavistock”, pag. 140, a cura di Emanuela Quagliata, Astrolabio, Roma.
NOTA (11): Guasto, G.: L’adultocentrismo nel trattamento istituzionale e terapeutico dell’abuso sessuale sui minori, Rompere il Silenzio, Torino (in corso di pubblicazione)
NOTA (12): Blundell, S. “Lasciami sola per favore!” Esperienze di intrusione nella terapia di una bambina che aveva subito violenza sessuale, letto alla 1996 T.S.P. Biennial Summer Conference, Tavistock Clinic, Londra (in corso di pubblicazione).
NOTA (13): Guasto, G., (1996) “Sull’abuso mentale infantile. Appunti per uno studio sulla violenza psicologica sui bambini”, pubblicato sulla rivista telematica “Psychatry on-line Italia”, Vol. 2 Issue 4, Aprile 1996, URL address:
NOTA (14): Blundell, S., op. cit.