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Cambiare sesso

SYDNEY: TRIBUNALE AUTORIZZA RAGAZZA TREDICENNE A CAMBIARE SESSO
Articolo di Ilaria Alessandro
Il giudice capo del Tribunale, Alastair Nicholson, ha dichiarato che la decisione è stata presa nell’interesse della ragazza (conosciuta con il solo nome di Alex) che ha vissuto da maschio fin dall’infanzia e “soffre in maniera vera in un corpo che sente alieno e che la disgusta”. Alex riceverà in questo percorso adeguate cure psichiatriche, potrà sottoporsi al trattamento ormonale solo raggiunti i sedici anni, e alle operazioni chirurgiche dopo i diciotto anni. La ragazza, il cui luogo di residenza e paese di origine non possono essere identificati, è un’immigrata allevata come maschio dal padre che ora è morto, e respinta dalla madre. Alex si è sempre vestita da maschio e usa normalmente gabinetti maschili. Non ha cromosomi maschili e possiede organi riproduttivi tipici di una ragazza adolescente.
La causa è stata avviata per suo stesso conto da un dipartimento statale di Welfare, e il giudice ha ascoltato le testimonianze del preside della scuola, di psichiatri, assistenti sociali e specialisti di genere. Del tutto contrario al verdetto si è detto Nicholas Tonti-Filippini, consulente di etica medica, che lo ha definito “irresponsabile” e ha chiesto l’intervento di un tribunale di grado più alto. “Si tratta di un trattamento medico non provato anche per gli adulti. Applicarlo ad una tredicenne il cui corpo si sta ancora formando, il cui senso di identità si sta ancora formando, è semplicemente “irresponsabile””, ha dichiarato. Ma andiamo per ordine…Di cosa stiamo parlando? Del fenomeno c.d. “Female to Male”, ovvero quelle persone che hanno un corpo di donna ma si sentono maschi. Già qui incorriamo però nel rischio di essere inesatti. Mirella Izzo, presidente di Crisalide Azione Trans di Genova, dichiara: “Per favore, non parliamo di donne che vogliono diventare uomini. Per un transessuale è sgradevole apparire come una donna che ha fatto una scelta. E’ più corretto parlare di uomini che hanno un passato diverso, non congruente con ciò che si sono sempre sentiti, e che hanno affermato la propria identità al di là dell’handicap iniziale”.
E’ preferibile utilizzare quindi la sigla Ftm. In Italia il cambio di sesso è regolato. La giurisprudenza ha interpretato la legge 164/82 in questo modo: è necessario presentare un’istanza presso il Tribunale ordinario. Il giudice può nominare un perito che escluda la presenza di psicosi gravi. Successivamente può disporre l’autorizzazione all’intervento sui genitali, in mancanza della quale l’operazione viene considerata alla stregua di una mutilazione, in quanto effettuata su organi sani. La persona si mette in lista d’attesa per poi essere operata in uno dei centri specializzati.  Una volta uscita dall’ospedale, deve provvedere ad un’altra istanza in tribunale.  Il giudice può far verificare che l’intervento sia stato effettuato, oppure fidarsi della dichiarazione del chirurgo. Dopo di che, dispone la rettifica anagrafica. Il tutto naturalmente a pagamento. Il SAIFIP (Servizio per l’Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica) è stato istituito come servizio di consulenza e di sostegno al percorso di adeguamento per quelle persone che intendono chiedere la “rettificazione di attribuzione di sesso” secondo la legge n. 164/82.  Tale richiesta viene valutata attentamente in relazione alla storia della persona, alla stabilità della sua decisione e in relazione alla reale conoscenza del percorso di adeguamento in tutti gli aspetti: psicologici, medici, chirurgici, legali e sociali.  Come nasce la percezione di un diverso sé? Come nasce il desiderio di cambiare e il coraggio di affrontare le difficoltà?  Mirella Izzo spiega: “Non c’è un’età fissa di esordio del disagio. Si può non ricordare di essersi mai percepiti come femmine. O avere la consapevolezza della non congruenza tra identità e sesso biologico fin dai 5/6 anni. Isolarsi, soffrire per un disagio cui non si sa dare un nome fino all’età adulta. Considerare la pubertà, il menarca, lo sviluppo del seno come drammi. Vivere da donna anche fino a 50 anni. Vivere da uomo e poi magari, molti anni dopo, fare la falloplastica”. Ogni persona si porta quindi dietro la sua storia. Damiana Massara, psicologa presso la Asl 8 di Torino, afferma: “Spesso succede che, nella preadolescenza, queste ragazzine si sentano più a proprio agio con i compagni maschi, rifiutino le gonne, amino il calcio. Più avanti cominciano a vedere le donne come oggetto di desiderio, a provare disgusto verso le mestruazioni e il seno, che considerano una “deformità”. Il tutto senza sapere perché: l’ “io sono maschio” arriva a poco a poco, e per lungo tempo resta a livello inconscio”. Nel processo che porta a cambiare sesso la psicologia ha una parte importantissima. La terapia ha una duplice finalità: definire l’adeguatezza della richiesta e aiutare questi soggetti a conoscere se stessi come persone complete al di là del genere. La terapia dura 2 anni. Alla fine dei primi 6 mesi, il paziente incontra lo psichiatra. Se quest’ultimo esclude un livello mentale troppo basso o la presenza di patologie psichiatriche stila il parere permettente per l’endocrinologo, che potrà così cominciare a prescrivere farmaci. Il farmaco usato è uno solo: il testosterone, cioè l’ormone naturale maschile. Già dopo i primi 3 mesi si vedono alcuni cambiamenti; dopo almeno un anno di terapia psicologica e ormonale, se l’équipe esprime parere favorevole, l’interessato può presentare istanza al Tribunale di residenza per avere l’autorizzazione all’intervento chirurgico. Dopo l’operazione, si continua con il testosterone a vita. L’età migliore per iniziare sarebbe non appena ha inizio la pubertà, quando caratteristiche come la voce e la struttura ossea non sono ancora fissate. Ma in Italia non si danno ormoni ai minorenni per questioni legali ed etiche: prima bisogna che la persona sia sicura e matura. Il transessualismo (definito “sindrome transessuale”1) si caratterizza per l’identificazione col sesso opposto e per un costante disagio del vivere nel proprio ruolo sessuale biologico. Riscontrabile sia nel maschio che nella femmina, nel primo si manifesta con una frequenza poco meno che tripla rispetto alla seconda. Questo disagio comincia a manifestarsi già nella prima infanzia quando, ad esempio, le bambine vorrebbero riuscire ad urinare in piedi e i bambini urinano da seduti; oppure quando le bambine dicono di voler diventare da grandi degli uomini e i bambini delle donne. Il transessuale prova disgusto per i propri genitali e, già in età adolescenziale, desidera sbarazzarsene per poter cambiare sesso. Da adulto, si sottopone a cure ormonali, estetiche e chirurgiche per realizzare questo suo obiettivo che porta avanti in modo permanente e irremovibile. Non è un’idea delirante né ossessiva. Infatti gli studiosi sembrano concordare sul fatto che il fenomeno non si presenta con i caratteri clinici di una psicosi. Dopo anni di ricerche cliniche di ogni genere per individuare le cause di questo profondo sovvertimento dell’identità, ancora non si è riusciti a spiegare in modo preciso l’eziologia del transessualismo. Tante le ipotesi patogenetiche che raggruppiamo in due grandi aree.

  • Le ipotesi biologiche. I sostenitori di questo tipo di ipotesi ritengono che causa del transessualismo sia un’alterazione funzionale, genetica e/o ormonale, del sistema biologico di questi soggetti. E’ importante però notare che , sebbene gli ormoni rivestano un ruolo preciso, il comportamento e l’orientamento sessuale sono mediati dalle capacità funzionali percepite e dalle reazioni suscitate dall’ambiente sociale e dalle relazioni familiari.
  • Le ipotesi psicologiche. Tali ipotesi si basano su alcune caratteristiche riscontrate nei soggetti transessuali rispetto a ciò che riguarda il loro rapporto con i genitori. L’identità di genere, infatti, si costruisce molto precocemente e dipende strettamente dalle dinamiche relazionali che vengono ad esserci tra bambino e genitori.
  • L’ipotesi multifattoriale. Recentemente gli studiosi preferiscono orientarsi per un’ipotesi multifattoriale, che si pone come ponte tra le componenti fisiologiche del problema e quelle psicologico-relazionali.

Per quanto riguarda il padre, la funzione principale riconosciuta da molti autori a questa figura è l’interruzione della simbiosi madre-figlio: tale rottura è necessaria perché si verifichi un’apertura al mondo esterno. Quando il bambino concettualizza il padre come terzo elemento, diverso dalla madre, inizia un processo trasformativo che porterà all’identificazione sessuale del bambino. Nel caso in cui il padre risulti assente fisicamente, ma, soprattutto, psicologicamente, la dipendenza dalla madre si protrae o rimane troppo forte. La presenza del padre, infatti, assicura al bambino/a l’apprendimento di una buona capacità di differenziarsi, ponendo dei limiti precisi che lo/a separano dal mondo della madre e dal mondo esterno (Ambrosini, Bormida, 1995). Quindi il padre svolge per entrambi i sessi importanti funzioni di identificazione: per i maschi è un modello di comportamento, per le donne rappresenta la capacità di una futura possibilità di interazione eterosessuale. I transessuali descrivono il proprio padre come meno capace di favorire lo sviluppo dell’indipendenza e dell’autonomia, rispetto a quanto emerge, invece, dalle risposte degli eterosessuali. I padri degli MtF vengono descritti come rifiutanti, controllanti e punitivi, non curanti dei bisogni del figlio che reagisce in modo aggressivo rifiutandone l’affetto, l’aiuto o l’appoggio. In questo senso è possibile interpretare il comportamento transessuale non come un rifiuto “appreso” dei genitali maschili, ma un rifiuto primario della mascolinità, o della virilità, così come viene presentata dalla modalità di “non-relazione” paterna: sinonimo di aggressività, indifferenza e svalutazione. Il desiderio primario della femminilità non sarebbe altro che un desiderio di fuga da una mascolinità negativa, e un bisogno di essere trattato come una donna. Per quanto riguarda la relazione dei transessuali con la propria madre emerge una figura materna conflittuale: per i transessuali di estrazione socioculturale basso madre, dai risultati di questa ricerca, emerge una figura materna la madre presenta caratteristiche di spiccata punitività e controllo rigido(diversamente da quanto emerge per i gruppi di eterosessuali), con un’affettività positiva non del tutto assente; per i transessuali di livello socioculturale alto emerge la presenza di un forte legame di affettività positiva tra madre e figlio transessuale, (con occasionali indicazioni che fanno pensare che la madre si rapportava al figlio maschio con una modalità normalmente utilizzata per le femmine) ma, al tempo stesso, è percepito anche un comportamento ostile, sarcastico, biasimante e punitivo. Il soggetto, in entrambi i casi, cerca di mantenere con la madre una relazione empatica positiva, dichiarando un comportamento affettuoso nei suoi confronti, nonostante percepisca la madre come intrusiva ed ostile. E’ quindi fondamentale, ai fini di un sereno sviluppo infantile, che madre e padre rendano armonioso ed accogliente l’ambiente familiare in cui il bambino formerà la propria identità intrapsichica. Il caso di Alex ci mette davanti al classico bivio nel decidere quale sia la linea migliore da seguire, o quella che, comunque, si presenta come la meno dolorosa. Certo è che esiste un diritto universale per ogni essere umano: il diritto della propria identità. Ciò significa sia accettare l’identità di genere e sessuale che si ha e poterla vivere nel mondo il più serenamente possibile sia rivendicare l’identità soggettiva che si sente e si vive come fondamentale e propria. Ma la domanda è: quali sono i confini oltre i quali andare sarebbe deleterio? In che modo determinarli? Purtroppo le risposte non sono punti esclamativi e forse la sola risposta in questo caso accettabile é fare riferimento al caso specifico. Ma anche così parlare di certezza è quasi o del tutto impossibile. Inoltre…in una società, come quella attuale, dove si è portati a banalizzare ogni tipo di tema (e quindi anche quello del transessualismo, dell’omosessualità…), in numero sempre maggiore i genitori si trovano a dover affrontare le situazioni più diverse riguardo ai loro figli e per loro ha inevitabilmente inizio il periodo delle domande, delle crisi, degli sgomenti. Quasi sempre davanti alla rivelazione di un figlio del suo essere un omosessuale o un transessuale o un Ftm troviamo genitori che scoppiano in lacrime, che rimangono letteralmente folgorati e incapaci di sostenere il peso di una tale notizia, che non osano parlarne o che preferiscono “liquidare” il tutto con una risposta del tipo: “Ma sì, è una fase…un momento di crisi…passerà presto e ogni cosa si aggiusterà”. I genitori si chiedono: “Perché nostro/a figlio/a è diventato/a così? Abbiamo delle responsabilità anche noi?”. E’ vero che l’influsso educativo dei genitori è considerevole, ma non è assoluto. Il padre e la madre non sono le sole persone a svolgere un ruolo educativo. Il bambino è influenzato da eventuali fratelli o sorelle, dai nonni, dagli zii, dagli insegnanti, dai compagni…insomma, da qualunque persona con la quale si trova ad interagire. Non dimentichiamo poi i fattori sociologici, oggi considerati decisivi per spiegare l’insorgere di queste tendenze nei ragazzi. Cinema e televisione, ad esempio, mettono spesso in scena l’amore omosessuale senza censure. Ma è necessario non perdere di vista un punto fondamentale: la società sì contribuisce all’orientamento sessuale degli individui, ma contribuire non significa creare di sana pianta. L’impatto dei cambiamenti radicali degli ultimi anni ha fatto anzi in modo –per quanto riguarda la comunità omosessuale- di rendere pubblicamente esprimibile ciò che prima era un tabù. Oggi la società permette a questi giovani di vivere “a viso scoperto”. I genitori dovrebbero cercare di avvicinarsi il più possibile ai loro figli cercando di “accompagnarli” in quella che si prospetta essere la loro nuova strada.

Ascoltare, comprendere, accogliere. Purtroppo a volte sono i meno indicati ad intervenire in modo efficace sullo sviluppo affettivo e sessuale di un figlio perché diventa necessaria una sufficiente distanza tra chi è alla ricerca di un equilibrio e chi vuole offrire un aiuto in questo senso. Il coinvolgimento emotivo diviene spesso un ostacolo anche alla semplice comunicazione. Ma il padre e la madre possono comunque fare tanto adeguando il loro atteggiamento alle esigenze del figlio in questione. Non devono provare vergogna ma possono e devono esprimere le loro emozioni per dimostrare al figlio che ciò che sta vivendo non è per loro indifferente. Avere un dialogo sincero è il primo passo ed il più importante. Aiuta forse non considerare il figlio esclusivamente sotto l’aspetto sessuale, ma totalmente in tutta la sua persona. Dire che è omosessuale o transessuale o Ftm significa ridurre la sua personalità a quell’unico tratto psicologico, etichettarlo, e così facendo non lo si rispetta e non lo si può conoscere. Le preoccupazioni di un genitore vanno oltre la semplice ricerca del giusto atteggiamento da tenere. Si interrogano sulle loro responsabilità, sulle difficoltà che il figlio si troverà ad affrontare. Ma piuttosto che preoccuparsi del suo avvenire, l’obiettivo dovrebbe essere quello di aiutarlo a vivere bene il presente…non cercando di esercitare un’influenza decisiva sul suo comportamento affettivo e sessuale ma semplicemente consigliandolo, tenendo conto del cammino che il ragazzo ha attraversato prima di svelar loro la sua “verità”.
Avrà dubitato della sua “normalità”, avrà avuto paura di essere rifiutato, disprezzato…si sarà chiesto cosa ne sarebbe stato del suo futuro da ogni punto di vista. Si sarà scontrato quasi ogni giorno con la domanda: ”Che ne sarà di me?”. Purtroppo (o fortunatamente!) non esiste un atteggiamento “standard” da poter osservare in queste situazioni.
Sono tante le variabili da dover tenere in considerazione ed ogni caso è un caso a sé. Forse bisogna provare ad essere umili per accettare la debolezza altrui riconoscendo la propria, a tenere duro (pazienza, coraggio…), a mantenere la giusta distanza perché la sofferenza di un figlio può trascinare il genitore nell’assurdità. E poi –ancora una volta- l’attenzione è rivolta alla situazione in sé, ciascuna unica nel suo genere.  Ma il passo più importante risiede probabilmente all’inizio, prima che il figlio acquisti una propria identità, prima dei suoi “primi passi”: alla nascita. Dare alla luce un/a bambino/a è il regalo più bello che due genitori possano ricevere e dare. Hanno donato la vita ad un “esserino” che vedranno formarsi, crescere, affrontare le sue gioie e le sue difficoltà… in una parola, vivere! Quel figlio, al di là che sia maschio o femmina, sarà prima di tutto un figlio e, come tale, avrà il diritto di essere amato ed essere accettato. Genere ed orientamento sessuale riguarderanno solo lui/lei, e la crescita, le “strade” che prenderà saranno sue scelte che i genitori avranno il dovere di rispettare e alle quali, se vorranno, potranno dare appoggio e sostegno. Quando si decide di avere un figlio, si desidera avere un figlio…non si può scegliere o pretendere che sia un maschietto o una femminuccia. Desideri e aspettative dovrebbero riguardare il suo essere fisicamente sano, non il suo genere; e non dovrebbero influenzare il rapporto con lui/lei o creare distanze. Bisogna allontanare inutili teorie, convinzioni, luoghi comuni, ideali…sono solo tante, tante parole… che innalzano muri. Il rapporto che andrà costruito, giorno dopo giorno, con il proprio figlio, dovrà andare oltre il genere, oltre il suo orientamento sessuale e avere come “punto forza” la voglia di conoscersi, avvicinarsi, creando quell’intimità e quella complicità che si basano sulla fiducia e sullo scambio di idee e che rendono unico il rapporto genitori/figli.